«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

mercoledì 29 giugno 2016

Abat-jour


Amiche care, amici,

in questa composizione c'è la traccia (annotata qualche tempo dopo il fatto) di una notte di acuta depressione, quando l'angoscia ci assale alle spalle e ci abbatte, addentandoci alla nuca, come una belva che si avventa sulla cerva, per finirla.
(La preda si dibatte, non può gridare perché i lunghi canini hanno leso i nervi del respiro, si dibatte in un surreale silenzio e nel dibattersi consuma fino alla fine le residue energie. Il predatore deve solo mantenere salda la presa, non mollare, non muoversi, e attendere con la pazienza propria di ogni carnefice di cogliere gli ultimi fremiti della vita che si esaurisce.)

Quando capita così, ogni mi volta pare di non poter giungere al mattino. Ma alla fine qualcosa, un profondo e irragionevole amore per la vita, ha la meglio, e questo, ancora una volta, mi salva.

Càpita, in natura, che per un diversivo, un attimo di disattenzione, la preda con un disperato doloroso strappo si divincoli e riesca a fuggire. Càpita, di poter continuare, anzi, di voler continuare, nonostante tutto.
E così, ogni volta. la vita riprende, con coraggio, e a volte speranza...

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura, se vorrete, come sempre con amore.

M.P.



Abat-jour
 

                    «Tra notte e nulla il velo è quasi impalpabile»
                                                                 (Eugenio Montale)



 

Dormire, questo desidero soltanto,
spegnere il lume, questo abat-jour
che mi dice esser stato di mamma,
abbassare le palpebre di porcellana

come una pupa sui mobili occhi
di ossidiana, affogare in questo mare
che chiamano oblio, laddove il reale
perde ogni parvenza di consistenza.

Tambureggia la tempia sul guanciale,
e tambureggia il male che mi desta
nel più remoto approdo della notte,
io memore di quanto ciò sia esiziale.

Nella notte si divarica ogni male
come una oscena bestia, si spande
come una macchia sulle pareti
della stanza, imbratta ogni riposo.

I pensieri, e la memoria, hanno forma
di ossessioni, l'oscurità crea
illusioni, la nullità mi schiaccia
sotto grevi coltri di muta impotenza.

La mente mi abbandona, si concentra
sul dolore, come una cerva s'acquatta
collimando ogni senso sul predatore
che la fissa a sua volta dalla macchia.

Mi ricordo di un Dio a cui pregare:
"perché proprio io, perché questo male?"
Ma so che non avrò alcuna risposta
poiché troppo futile è la mia richiesta.

Dio del cielo, dammi sonno,
giusto un'ora di nulla totale
in cui riposare membra e mente
prima che il grigio giorno pervenga

e mi trovi impreparata a indossare
l'abito dell'usuale, del mediocre,
dell'ipocrita lieve letizia: prima
che io soccomba tutta alla mestizia.




Marianna Piani
(Milano, 19 Ottobre 2015)
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1 commento:

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