«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Beauty is truth. truth beauty,- that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.» (John Keats)

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

mercoledì 21 maggio 2014

La mia Torre


Amiche dilette, amici.

come osservava un caro amico, cui avevo concesso di leggere in anteprima questa composizione, ognuno di noi ha la sua propria "torre": un ricordo, un'immagine, che è il simbolo stesso delle proprie aspirazioni, dei propri segreti, di ciò che lungamente abbiamo immaginato essere un sontuoso palazzo per poi magari, avvicinandoci finalmente, scoprire essere una semplice roccia spaccata in una forma particolare, che da lontano e da una certa prospettiva ci aveva ingannato.
Ma il bello è che questa "scoperta" non porta necessariamente delusione, è quasi solo una constatazione. Non è che una roccia sia meno nobile di un palazzo, per certi aspetti (che poi sono quelli che contano), anzi può esserlo di più, nella sua spontanea e selvaggia bellezza. E noi troviamo in questa constatazione la riprova positiva della nostra stessa spiritualità, la riprova sensibile che siamo capaci di immaginare e di vedere, due attività solo in apparenza distinte, e meno che mai contrastanti. Possiamo immaginare la torre e l'intero palazzo che ne fa da cornice, pur senza materialmente vederlo, e possiamo vedere la roccia che ne suggerisce la forma, in piena purezza, E le due immagini possono convivere, facendo in ciò scaturire ciò che noi chiamiano "poesia".


L'unica cosa che aggiungerei è che la torre/roccia di cui parlo in questa piccola lirica esiste realmente, ha una collocazione geografica ben precisa ed evidente, e la descrizione (uno dei miei "paesaggi ad acquerello") e la narrazione qui sono trasparentemente autobiografici, lo confesso…

Ma tanto siamo tra noi, amiche care e amici, e nulla ha senso celare o fingere, con voi.

Come sempre, con amore

M.P.




La mia torre


La mia torre è sulla costa d'un monte,
la si scorge da lontano, bianca,
come un dente, sporgente
sopra un bosco di larici blu oltremare,
che respirano ad ogni sospirar di vento
nelle imprevedibili tempeste
di quelle valli elevate, d'aria pura.

Nei tramonti, verso l'imbrunire
spiccava nera, nitida ma spaccata,
come una corona cariata sopra una gengiva,
e da lassù, io ragionavo,
se la si vedeva dall'intera valle
certo essa la valle intera dominava
come una orgogliosa sentinella.

Amavo allora, la mia torre, come fosse
una scoperta mia, da celare al mondo,
la osservavo, all'inizio della giornata
dal balcone di casa, rasserenata
nel vederla sempre lì, immutevole, salda,
come la certezza di un affetto che non vacilla
né col tempo né con la lontananza.

La vedevo seguirmi trepida nei miei giochi
simile alla mamma che presto avrei perduto,
e frattanto, fantasticavo storie immaginarie
di ciò che poteva esservi accaduto:
certo un cavaliere nobile solitario
vi abitava, esiliato per uno sgarro
commesso contro un pavido tiranno.

Attendeva, ne ero certa, la sua donna
casta e pura, rapita una notte nell'abetaia
per opera d'una malvagia creatura
con la complicità del freddo vento australe.
L'avrebbe attesa, se necessario
l'intera vita e anche oltre,
il suo sguardo che scrutava nella valle...

La mia torre, non era neppure una torre, infine,
ma una roccia scossa da qualche vetta,
incastonata sulla pendice d'un dirupo
sommerso dalla foresta fitta.
Nulla di umano l'aveva mai edificata,
e nemmeno abitata, o desiderata:
soltanto il puro mio pensiero.



Marianna Piani
Milano, 20 febbraio 2014

sabato 17 maggio 2014

Il Libro degli Amanti


Amiche dilette, amici cari,

La Poesia è memoria, la memoria è uno dei costituenti primi del pensiero poetico. La Poesia è il libro della nostra memoria.
Il libro peraltro a sua volta È memoria, e proprio per questo io mi batto in difesa del libro "vero e unico" (quello detto in modo orribile "cartaceo") contro quello "finto" (il libro detto, sempre orribilmente, eBook, vale a dire - tanto per non fare nomi - Kindle e compagnia) in quanto per definizione "smemorato" e acefalo. Scusate se mi ripeto su questo punto, ma non ci si ripete mai abbastanza per una buona causa, e questa io la ritengo assolutamente tale. Lo farò, credetemi, a ogni occasione, "finché morte non ci separi".

Il Libro è memoria - dunque - e la memoria è un libro in continuo evolvere e divenire: la memoria non è statica, tale lo è l'antagonista primo, l'oblio. La memoria è un processo fondamentalmente dinamico. Così come lo sono i libri stessi, solo in apparenza privi di moto, inanimati, invece carichi di tensione, di potenza motrice. I libri sono il motore dell'Umanità. così come la memoria è il motore delle nostre emozioni. Essere privati della memoria è assai più inumano dello stesso morire: la morte cancella soltanto il nostro hardware corporeo, l'oblio cancella la nostra traccia nel mondo, e la traccia del mondo nella nostra anima.

Condivido con voi queste riflessioni, e questa lirica dedicata al calco lasciato dalle persone amate, appunto, nella nostra memoria…


M.P.



Il Libro degli Amanti


I
l gran libro degli Amanti,
s'apre, come si apre il portale
d'una cattedrale, con quell'eco
tintinnante di chiavi e incenso,
dalla navata fino al transetto.

S'apre la coperta lavorata
in cuoio e oro, con un'ametista

al centro, come un cupo cuore
rilucente, assai sfuggente.
Libro Sacro, libro rivelato.

Lo hai sfogliato il libro dunque
foglio a foglio - come una reliquia?
Vi sono istoriati gli amori della vita,
e i disamori e le coppe traboccanti
di piaceri e di amarezze;

l'uomo orgoglioso e strano
che ti tenne per la mano
e dolcemente fortemente
ti possedette. Ora è lontano.
E dal mare inonda la tristezza.

La tua vivida unicissima bellezza
si rispecchia nel lago quieto
dei tuoi occhi, mentre ti abbandoni
all'odore acre e madido di certezza
del suo corpo impaziente e bello.

Cosa cela ancora nel suo cuore
la pergamena che tu svolgi
nella pace del tuo meriggio,
in attesa che la vasta piana
si oscuri di mistero?

Cronaca o leggenda
ciò che la mano del Destino
ha tracciato su quei fogli
incidendone le fibre
con la lama d'un pennino

affilato come un bisturi d'acciaio,
flessuoso come un pensiero?
Preghiera o canto
ciò che il fuoco lascia
sulla corteccia della pianta?

Hai aperto la tua mano
sopra la tua memoria
in perpetuo divenire:
per afferrarla, per fermarla,
o accarezzarla solo?



Marianna Piani
Milano, 19 Febbraio

mercoledì 14 maggio 2014

Cuore dell'inverno


Amiche care, amici,

Non vorrei commentare troppo questa piccola composizione, in sestine libere, nata - come dice il titolo stesso - nella malinconia di una mattina nel "cuore dell'inverno".
Giusto due righe per introdurla, come si fa con una nuova amica, e lasciare che sia lei poi a presentarsi a voi, con il suono della sua propria voce.
Si tratta di uno dei miei piccolo quadri, ma non un acquerello, forse piuttosto un quadretto a olio, a tinte dense, ma risolto per velature, le velature della malinconia invincibile di un'alba invernale, quando il risveglio è doloroso e la giornata si annuncia senza luce né prospettiva.

Si può essere nel cuore dell'inverno, condizione contingente, oppure avere l'inverno nel cuore, condizione esistenziale... Oggi - per contrasto una giornata luminosa, accarezzata da una brezza tesa e ansiosa - mi sento relativamente serena, e rammento rileggendo quei giorni cupi, grevi, mentre al mattino faticavo a uscire dal letto, che pur non sopportavo come fosse una camicia di Nesso, per l'angoscia di dover affrontare una nuova giornata intollerabile, intontita dai farmaci, raggelata dalla sfiducia.
Poesia è anche questo, il deposito di un disagio, di una memoria che si incrosta nel fondo del nostro cuore, e che necessita di lasciare entrare la luce, di ritrovarsi, per non perdere l'orientamento, nell'oscurità.

Ve la propongo, come sempre, amiche dilette e amici cari, senza dolore, ma lucidamente, oggettivamente, semplicemente con amore.

M.P.




Cuore dell'inverno


Il cuore dell'inverno è soffuso
in una nebbia viola, avvelenata,
e sbuffi bianchi escono dalle bocche
assieme alle parole, raggelandosi
in discorsi senza peso
né influenza sulle cose.

I passi di semplici passanti, inconsistenti,
si aggrumano sul selciato come granchi
che si snocciolano e s'aggrappano
crepitando agli scogli, sotto colpi insistenti
incessanti di marea
e di amarezza.

La ferrovia, non lontana, canta sibilante
i suoi lamenti di partenze disperate
e arrivi sconsolati: solo il viaggiatore sa
quanta malinconia è racchiusa
nel clangore dei carrelli sugli scambi,
mentre va via.

Il cavalcavia è deserto, in attesa
dei primi autotreni sulla soglia dell'alba cittadina,
intanto - inascoltato ai più -
trascorre il fluire delle ore, inutili
come la notte stessa, trascorsa
in dolorosa e paludosa veglia.

Abbacinante è l'alba
per chi s'è assuefatto all'ombra,
assordante il brusio lontano dei viadotti
per chi ha percorso in solitudine un millennio,
caldo e tenero il fragile tepore del primo sole
per chi ha vagato lungamente nel gelo della notte.

E ha temuto che tutto ciò fosse eterno



Marianna Piani
Milano, 18 Febbraio 2014

lunedì 12 maggio 2014

Maggio, come d'Aprile



Amiche dilette, amici,

la poesia d'occasione è una tradizione antichissima, anzi si può dire fondante per ciò che oggi conosciamo come Poesia.
I cantori erano chiamati ad esercitare il loro talento e la loro arte in particolari occasioni, religiose o politiche o puramente ricreative. E a pensare bene, anche la poesia d'amore in sé altro non è che la prima tra le poesie d'occasione.
Per questo mi perdonerete questo piccolo fuori programma: ho composto oggi una cosetta in occasione, appunto, del compleanno della mia amica più cara.
Ma, come vedrete, se vorrete, ho voluto fare qualcosa di speciale, un qualcosa di unico poiché unica è l'amicizia che mi lega a questa persona, e lei stessa è una donna unica e speciale.

Come sapete, io scrivo in versi liberi, preferibilmente, anche se ultimamente piuttosto controllati, a volte scanditi da misure strofiche regolari, ma nulla più. In ogni caso è molto raro che mi cimenti in "forme chiuse" di origine antica o classica: io privilegio sempre il senso e l'emozione alla struttura. Mi piace il gioco poetico "formale", così come in musica amo la scrittura tonale, la forma sonata, la fuga, e non amo per nulla lo sperimentalismo fine a sé stesso, ma per me personalmente la Poesia è un'urgenza principalmente di comunicazione. Non amo "ingabbiarla" in sovrastrutture o virtuosismi, desidero che di volta in volta ciò che emerga, in primo piano, sia, libero, il significato. Il "significante" ( la tecnica, la prosodia, la lingua, la sintassi…) per me è solo un umile veicolo, uno strumento.

Ma per questo piccolo dono ho voluto immaginare un qualcosa di assolutamente e (quasi) rigorosamente classico:
si tratta, innanzi tutto, di un sonetto, vale a dire una delle forme più pure e stabilizzate della poesia lirica in lingua italiana - e non solo (penso a Shakespeare, a Neruda, a Baudelaire…).
Anche in altre occasioni mi è capitato di scriverne, o di accennarne, ma si trattava sempre più di una "citazione strutturale", una specie di "omaggio" alla forma, che di un canone vero e proprio, per quanto reinterpretato.

Qui invece ho voluto immaginare un "vero" sonetto in forma (quasi) compiuta, per la precisione un sonetto caudato (vuol dire con una quartina finale di "ripresa"), a endecasillabi canonici (fatta eccezione, voluta, per un paio di versi fuori misura, chi è "del mestiere" può divertirsi a trovarli) e con rime variate perfette e imperfette, o sostituite e sostenute da assonanze o rime interne.

Dunque, ecco: dedico questo lavoro alla mia carissima, dolcissima Mara, e entrambe lo condividiamo con voi, amiche e amici cari, con amore.

M.P.




Maggio, come d'Aprile


Il sole squilla oggi, come una rondine
trilla nero-bianca dentro il cobalto
del cielo agitato, e scintilla alta
danzando gioia al soave mattino.

Ma ieri soltanto il vento intesseva
ai capelli di rame i sogni ansiosi,
rorida pioggia inondava le pallide
alture, e tu dubitavi se mai finiva

questa stagione di promesse negate.
Ma finiva! Finiva come il pianto
dissolve sul vetro al sole d'estate.

Si scioglie il tuo Aprile come l'incanto
dei gigli esplode alle balconate,
e la città a notte è un firmamento.

Tu sai di essere stella che accende
l'orizzonte di bellezze infiammate:
sei l'Aprile, ma è Maggio oltre le tende!
Coglierai fiori e visioni infinite.



Marianna Piani
12 Maggio 2014
dedicata alla mia Mara in occasione
del suo ventiseiesimo fiammante compleanno

sabato 10 maggio 2014

Quando avvenne


Amiche care, amici,

ritorno su un argomento a me caro e sofferto: lo sbocciare, sempre aspro e conflittuale, della femminilità compiuta, in un atto d'amore che ha una natura intima mai del tutto superata di possesso, dominazione e violenza, un po' come accade in tutti i mammiferi.
La cultura a volte ha moderato, a volte purtroppo esasperato questa componente del rapporto tra il maschile e il femminile, ma non c'è mai stato veramente un superamento, forse impossibile data la fisica stessa della penetrazione, che implica un atto attivo ed uno passivo, una imposizione ed una accettazione.
A volte, anche nei rapporti intimi tra donne tende a riprodursi questa dinamica, tanto forte è l'istinto che ci domina in questi momenti - peraltro fondamentali - della nostra vita.
In un caso o nell'altro, ovviamente, sia tra uomo e donna che tra donne, l'amore autentico e sentito, equilibrato tra entrambi i componenti della coppia, può superare la valenza fisica dell'atto per proiettarlo verso una dimensione di effettiva con-fusione, di due corpi e due anime che diventano una entità composta ma congiunta, attraverso il contatto e il rimescolamento di carnalità, fluidi, sensualità e stimoli condivisi.
Spesso però per la donna la prima esperienza, a volte troppo precoce, immatura, ma anche quando è nella piena consapevolezza e volontà, mantiene un carattere drammatico e doloroso, anch'esso legato alle caratteristiche propriamente fisiche dell'atto, che si imprime per sempre nella memoria conscia e inconscia della propria sensibilità.
Questo nei casi "normali", quelli più felici e positivi. Già quando - come nel mio caso - una omosessualità ancora non riconosciuta, non rivelata, o non accettata, porta a sentire il "primo rapporto" etero in qualche modo "imposto" (anche solo dalle circostanze, o dalla casualità), diventa un passaggio di vita più complesso e difficile da "gestire".
Immaginate poi nei - purtroppo non rari - casi in cui questo "primo rapporto" si consuma con un atto vero e proprio di violenza, del tutto subito, imposto e dolorosissimo, immaginate quali danni questo può provocare nella delicata struttura conoscitiva di una ragazza, magari ancora in fase di sviluppo.


Parlarne in Poesia? Ebbene, sì, per farlo occorre un rapporto diretto con la Verità, e la Poesia è l'unico strumento che io conosca che mi mette in condizioni di ottenerlo.

Condivido dunque, come sempre, con voi, amiche dilette e amici, queste riflessioni, con amore.

M.P.




Quando avvenne


Fu una mattina di settembre
in un prato d'erba rinsecchita
che le pungeva la schiena spoglia
e le spalle, e dentro cui conficcava
i pedi nudi fino a farne sanguinare
le dita trafitte dagli steli di gramigna.

Lui la ebbe perché lei volle
fermamente, ma lei piangeva
di dolore mentre il cuore
dentro il petto le impazziva e non capiva
se fosse quello per lei il piacere
oppure fosse pena da scontare

per il suo sbocciare donna.
All'acme il suo grido fu di rabbia,
e fu sentito come un ansito sensuale
trascinato dalla brezza, fino al mare.
Dopo ciò fu silenzio, e il bel dorso
del ragazzo s'inarcava come un gatto

che si tende dopo il sonno.
Gli guardò le vertebre che sporgevano
sotto il collo, proprie d'un corpo acerbo,
e chiuse gli occhi. Rimase un poco
esanime col suo corpo bianco spampanato
come uno strano giglio in mezzo al prato.

Spalancò allora gli occhi, e vide
sopra sé le nubi che la osservavano
intenerite, forse incuriosite da quella sorella
che sfolgorava come loro, lì sulla terra.
E si chiese ancora se fosse amore
quella fiamma che l'aveva scossa e accesa.

Il ragazzo s'era alzato, e sedeva muto
su una pietra poco discosta. Non sembrava
più con lei, era ormai solo nei suoi pensieri,
Allora lei decise che era tempo,
raccolse la sua veste e s'incamminò
lungo il sentiero, verso una luna che sorgeva.



Marianna Piani
Milano, 10 Febbraio, 2014

mercoledì 7 maggio 2014

Florilegio


Amiche dilette, amici cari

presto, spero, mi recherò per qualche giorno al mio rifugio prediletto, al lago, ospite della mamma del mio ex compagno, che mi è rimasta inaspettatamente amica e solidale.
Lei non sa nulla di scrittura e dei miei sogni, nulla realmente "comprende" delle mie angosce,  è una donna concreta, dedita all'oggi, il suo è un genere di femminilità solida, sicura, di quel genere di femmine che hanno costituito la spina dorsale dell'Umanità; insomma, del tutto diversa da me, e forse proprio per questo la nostra amicizia si è creata, consolidata, e ancora regge.
Anzi, al tempo in cui ero "ufficialmente" la compagna di suo figlio, mi era apparsa ostile, quasi si aspettasse da me ciò che non potevo darle, non so se era gelosia, o se ero io piuttosto a sentirmi insicura e inadeguata di fronte a lei, costantemente sotto esame. La mia "stranezza", la mia incapacità e scarsissima propensione "casalinga" - specialmente in cucina - il mio essere spiantata e "fuori di testa", così poco raccomandabile come compagna della vita per un uomo pieno di talenti, di ambizioni e di capacità qual era il suo figliolo, e soprattutto infine la mia impossibilità a "darle un erede", tutto questo lo sentivo come una muraglia insormontabile tra me e lei.
Curiosamente, inaspettatamente, quando la mia crisi esistenziale ha travolto e definitivamente demolito il rapporto con suo figlio, proprio lei è stata una delle persone che mi è stata più vicina, che più ha contribuito a farmi riconquistare un minimo di volontà di vita, ospitandomi, sconvolta e ammalata quale ero (quasi tutti i giorni avevo crisi di vomito, di pianto, parlavo a monosillabi) presso di lei, riservandomi una stanzetta nella sua casa, venendo ogni mattina a vedere come stavo...
A volte ho ironizzato su questo, sostenendo che una volta "passato il pericolo" di un coinvolgimento reale con suo figlio, io fossi diventata per lei un "caso umano" da pietosamente aiutare, lei che è anche piuttosto religiosa, ma questo è veramente ingeneroso da parte mia. Nulla la avrebbe obbligata in realtà ad aiutarmi, a accogliermi presso di sé, così come ero, e a prendersi cura di me. Io credo sia scattato in lei un autentico impulso materno, o, almeno, di solidarietà femminile profonda. E per me, orfana e disorientata, è stata veramente un'àncora di salvezza.

Ne parlo ora perché lo stupendo giardino della sua casa sul Lago Maggiore per me è stato il luogo della mia rinascita, e tutt'ora è il luogo in cui so di potermi ritirare nei momenti oscuri per ritrovare me stessa. Ed è il giardino di cui parlo in questa composizione, dedicato ai fiori, meravigliose metafore viventi della femminiltà (non per caso in Francese, lingua sensuale per antonomasia, "la fleur" è "nom féminin": sostantivo femminile), e alle donne della mia vita, che dai fiori nella mia immaginazione sono rappresentate, nella loro bellezza, nella loro dignità, nella loro fragilità.
In fondo io penso che il talento di questa donna nel coltivare e curare questo stupendo giardino fiorito sia pari, se non superiore, a quello di un artista.
E forse, il suo impulso nei miei confronti è stato guidato proprio da questo suo talento, come un giardiniere che s'impegna a salvare una pianta appassita, a ridarle vigore, colore e profumo…

Dedico questa piccola composizione ai Fiori, appunto, e alle Donne-Fiore, che hanno ornato di bellezza e straordinari colori e profumi la mia vita, e alla mia amica cara, RosaMaria, che ha il fiore nel suo stesso nome, e che con un suo intervento tempo fa mi ha "guidato" in questa visione.

E naturalmente per voi tutte , amiche care, e amici fedeli, come sempre, con amore

M.P.





Florilegio


a Rosa
(...e a Viola
Orchidea
Bucaneve
Gardenia...)




Quante volte, varcando la soglia di quel giardino,
ha pensato che le piante fossero lì, per ascoltarla?
Quale lingua, quale idioma potrebbero comprendere
queste vite silenti di apparenza, in apparenza
prive di cuore, e d'anima, espressione di luce pura?

Il giardino era per lei come un tempio.
dalle mura mormoranti e scintillanti siepi
scosse nel vento, e in momenti di pace
rubati a una vita gravata di storia -
di tutto questo si sentiva vestale.

Era certa, si piegavano verso lei per chiamarla
le Rose dai lunghi steli, e le lanciavano sguardi
languidi appassionati dalle loro lussose corolle
di seta e velluto di sangue, e le Gardenie, ritrose,
le sorridevano con il loro esangue volto bianco.

I suoi piedi sfioravano le Viole, nel prato,
con tutta la cura per non calcarle,
e queste, grate della sua grazia, le carezzavano
le dita leggere, con baci e piccole malizie.
E in stagione, pur in assenza di neve, i Bucaneve

si offrivano raggianti, come officianti al rito,
trafiggendo con il loro biancore la cerulea porcellana
del cielo. I prati sopra i colli già verdeggiavano allora;
nel breve recinto delle aiuole margheritine esitanti
luccicavano come stelle d'un frammento di firmamento.

Forse un Giglio, solitario, la attendeva,
fiero come un cavaliere che reduce incolume
dalla battaglia attende la sua Fanciulla nella bufera,
per coprirla col suo manto e il suo intatto ardore.
E in un canto più segreto, l'Orchidea, la compagna

e la regina dei suoi baci appassionati sospirava
distaccata, diffondendo il suo profumo audace
capace d'inebriare le api e di stordire le farfalle
accogliendole nel suo trionfo di petali carnali.
Lei amava indugiare tra quella flora, sopra ogni cosa.

Per qualche istante - ma il tempo non contava più nulla -
era faccia a faccia con quelle corolle, le parevano
tutte così in balia del vento, così inconsolabili,
così lucenti. Dialogare con loro e confortarle
la confortava dai suoi acuti dolori. Indicibilmente.



Marianna Piani
Per RosaMaria
Con affetto, fiore a fiore

7 Febbraio 2014

sabato 3 maggio 2014

Passaggio


Amiche dilette, amici,

gli amori vengono, gli amori sconvolgono le nostre vite, gli amori vanno...

E lasciandoci, scompaiono per sempre nelle nebbie della memoria. O a volte in quelle del rimpianto.

Noi ogni volta ci illudiamo, sempre alla ricerca d'un amore perfetto e proiettato nell'eterno, dove potersi annullare, definitivamente, e dimenticare le disperazioni della solitudine: ci illudiamo ogni volta di trovare la parte mancante del nostro destino, quella in cui si cela la felicità, quella che ci può rendere libere, che ci può completare, che può dare un senso alla nostra esistenza.
E alla fine ogni volta ci ritroviamo da sole sul cammino, più abbandonate di prima, proprio perché abbiamo assaporato per breve (o anche lungo) tempo il sapore della completezza.


I dolori autentici della vita sono le perdite, le perdite continue di parti vive di noi stesse. È come se nascessimo ricchi di un potenziale immenso di amore, di attrazione e di comunicazione, e poi via via nel passare degli anni questo potenziale svanisse, ci venisse tolto, strappandoci uno ad uno i petali dei nostri affetti profondi, fino a lasciarci nudi, come un fiore passito e defogliato, mentre la stagione intorno muore.
Le perdite sono il vero dolore della vita, ne sono convinta, non le delusioni, i tradimenti subiti, i nostri mali fisici e morali: sono le perdite degli esseri che integrano il nostro essere, di chi ci sta vicino, di chi ci ama, e di chi amiamo. È la qualità del nostro amore per costoro che li rende indispensabili, e che rende la loro perdita irrimediabile.
E noi, dopo, continuiamo a vagare nella nostra anima, a cercare ostinatamente le tracce lasciate da chi ci ha lasciato, per sperare almeno di trovare dentro di noi depositato un lascito della sua esistenza, una conferma che un giorno, sia pur brevemente, abbiamo vissuto.



Poiché, sapete, l'unica possibile conferma della nostra effettiva esistenza, del senso ultimo della nostra vita, sta nel riflesso dello sguardo di chi riamato ci ama... O ci ha amato.

Per voi, amiche care e amici, come sempre, con amore.

M.P.






Passaggio


Cerco la traccia del tuo passaggio
nelle ombre ostili dell'inverno,
cerco il segno dei tuoi passi
sopra i campi levigati, scavati
nella brina che copre i seminati.

Il bisogno atroce della tua presenza
e la demoniaca follia della tua assenza
incavano orme fonde nell'argilla
del mio dolore, il tuo passo certo
ti allontana e ti annebbia, e il gelo

con te procede, e avanza, pervadendo di sé
ogni cosa, morta o mortale. Le mie mani
immerse già nell'alba, attendendo un raggio
di luce da afferrare, dolgono fino alle ossa
e la pelle si distacca, lacerata di rimpianto.

Tu sei me, e lasciarti fuggire è stato
come lasciare morire un sole all'orizzonte,
in un tramonto di rabbia rosso acceso,
indaco di amarezza, violetto di illusione
blu-nero come il pozzo dell'abbandono.

Io sono te, e vedermi ora per ora sempre
più distante, è come scostarmi da uno specchio
declinato lievemente, e lasciarmi via via
sprofondare in nulla, oltre la cornice
della mia visione -  Eppure io vi credetti.

Noi due insieme fummo, questo credetti, il riflesso
di un progetto divino, incorruttibile ed eterno.
E solo ora, mentre sento ancora sotto il palmo
il calore di velluto della pelle nuda sul tuo ventre,
comprendo appieno quanto ci inganna il tempo.

Nulla sarà mai eterno, poiché tu non fosti
con me in perpetuo, ma anzi mi tradisti,
come la luna che si riflette sopra la lama
di un coltello, e crede di aver trovato
il simulacro d'un vasto lago in cui annullarsi.


Tu mi tradisti, e io ti piansi; e questo infine
sottrasse il nostro amore dal corrompere del tempo.


Marianna Piani
Milano, 1 Febbraio 2014