«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

mercoledì 19 marzo 2014

Il Mare d'Inverno - V



Amiche dilette e amici cari,

ultimo appuntamento della nostra breve passeggiata nelle terre, geografiche e  letterarie, delle mie origini.
Per la verità ci sarà ancora un ulteriore tappa, idealmente legata a questa "escursione", ma questo è l'ultimo incontro con una voce poetica legata in qualche modo a questi territori e al mio retroterra di formazione, alla mia Weltanschauung personale.
Non si tratta strettamente della mia città, qui, ma piuttosto dello stesso mare, e dello stesso frammento di cielo. Un poeta grandissimo e forse meno noto di quanto meriterebbe, in quanto scrittore superficialmente definibile "dialettale": Biagio Marin (Grado, 1891-1945).
La sua, in realtà, è una lingua, particolarissima e rara, dolce e armoniosa, mediata tra la morbidezza veneziana e l'asprezza triestina, in qualche modo perfetta per il suo modo di versificare. Parlata esclusivamente in un piccolo angolo di mondo, questa cittadina deliziosa, quasi un frammento di Venezia staccatosi dalla Città madre e approdata, chissà come, poco più a est.
Ora è un sito turistico, offre una stupenda spiaggia in cui spesso da bimba venivo con la famiglia in estate. Affittavamo una casetta, e facevamo "vita di spiaggia", cosa che nella nostra città non era dato fare, poiché la costa è rocciosa, e non offre lagune sabbiose. Quelle iniziano proprio dalla zona di Grado, e si estendono per tutto l'arco dell'alto Adriatico, fino a Venezia e oltre.
Amo il dialetto, in generale ogni dialetto, e naturalmente amo quello delle mie terre. Ogni tanto, in segreto, mi ci cimento anch'io, ma si tratta di esercizio sporadici, poiché sono emigrata troppo presto perché questa lingua si depositasse e stratificasse veramente nel profondo del mio pensiero. Quando mi esprimo in dialetto, mi sono resa conto, lo faccio come se mi avvalessi di una lingua che conosco in modo quasi perfetto, che so, l'inglese o il francese, ma che non riesce a piantare le sue radici così profondamente da poterla padroneggiare fino al punto di esprimere emozioni profonde.
Confesso di aver progettato inzialmente questo piccolo "omaggio" proprio in dialetto, dialetto triestino ovviamente, perché il gradese non sarebbe a mia portata, ma poi ho rinunciato, occorre padronanza assoluta dello strumento per creare musica armoniosa.
Il Gradese di Biagio Marin è proprio un esempio di come in poesia la parola si fa musica, e la musica si muta in pensiero, in immagine, in figura. È tutta qui, secondo me, l'essenza della poesia: non è più concetto mutato - utilitaristicamente - in parola, ma parola mutata - musicalmente - in emozione.
Qui di seguito, come è un po' nel mio "stile", un piccolo bozzetto ad acquarello: immaginate lo sciabordio quieto del mare tra le barche, e il profumo di una gelateria artigiana, poco lontano. Buona passeggiata...


 Per voi, amiche care e amici, come sempre, con amore.

M.P.




Il Mare d'inverno
 (cinque vedute di città)

Grado, verso la laguna

"Me, vardo a le stele dei sieli,
ai nuvoli d'oro, ch'el vento disperde,
a l'ultimo verde che
incanta la tera."
                   (Biagio Marin)



V


Marin


Il sale del tuo mare impregna l'arenile
della piccola isola vissuta da sempre
di umile orgogliosa pesca
e reti calate sui bassi fondali
e rari villeggianti di finestate.

Lungo la costa nascosta e tra i canneti
vengono a nidificare gli aironi
e le folaghe delle paludi, giunte
da chissà quale contrada lontana,
e i gabbiani si contendono a gridi

l'imboccatura del minuscolo porto
ingombro di pingui bragozzi
immobili e pigri agli ormeggi
come i vecchi color rame
ozianti alle porte delle osterie.

Contemplando da qui il cielo
e contemplando il mare,
rivelare al mondo quant'essi
siano gemelli, azzurri entrambi
al mattino, e chiari come i tuoi occhi;

e la notte carichi di stelle
che paiono scintille, ovvero
lucenti di fiammelle, lampare
e lune, come costellazioni
d'uno sconfinato astrolabio.

La voce e il canto di queste onde
raggiungono le lontane sponde
dei più alti sensi umani,
questa voce raccoglie il Poeta
tra le sue mani e le disperde al vento.

Il vento vigoroso di queste terre,
asciutto come il vino delle vigne aspre
delle colline di gesso e calce:
il vento porta in sé quel canto,
e lo eleva come un calice santo.



Marianna Piani
Milano, 15 Gennaio 2014

2 commenti:

  1. Cara Marianna,
    Un grande pregio del tuo blog, è sicuramente questo :
    Permette a chiunque di scoprire grandi personaggi e grandi poeti, magari meno conosciuti di altri, in maniera molto “originale”, sia mediante i tuoi omaggi, sia mediante la traduzione (sempre per mano tua) di poesie straniere.
    Conoscendo poco il poeta da te omaggiato, non posso dirti con certezza se a parer mio il tuo omaggio si avvicina o meno al suo stile, però posso darti fiducia a scatola chiusa, ben sapendo quanto sei puntigliosa.
    Vorrei porre l’attenzione sul finale della composizione :
    “il vento porta in sé quel canto,
    e lo eleva come un calice santo.”
    Altro punto a tuo favore :
    La chiusura di ogni tua “cosetta”, riesce sempre a dare un senso compiuto alla composizione stessa.
    Non è per niente facile, te l’assicuro !
    A parer mio, è molto difficile riuscire a concludere in maniera intelligente e coerente una composizione.
    Sono inoltre rimasto colpito positivamente da ciò che hai scritto nell’introduzione :
    “È tutta qui, secondo me, l'essenza della poesia: non è più concetto mutato - utilitaristicamente - in parola, ma parola mutata - musicalmente - in emozione.”
    E’ verissimo.
    In ogni tua introduzione, del resto, c’è sempre qualche concetto profondo espresso in maniera magistrale, sta al lettore “scovarlo”.

    P.s. La passeggiata “Poetica” nella tua Trieste è stata fantastica, grazie per averci accompagnati.
    Farei volentieri un salto all’interno della gelateria artigiana da te citata !

    Un abbraccio affettuoso,

    Luca

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    1. Bene, questo è interessante, e sono felice che l'hai rilevato: la conclusione.

      È vero, non è affatto "facile" chiudere l'arco logico, musicale e narrativo di una composizione poetica.
      C'è chi si limita a troncare, quando è stufo o ha esaurito il senso del discorso, e questo si stente. Non me la si contrabbandi per "Opera Aperta", né tanto meno le si invochi la nobiltà dell'incompiutezza, poiché nella maggior parte dei casi è semplicemente frammentarietà di ispirazione. E c'è chi confida in una pretesa "sintesi", che in molti casi è solo povertà di pensiero, fiato corto.

      Io non lascio una composizione finché non trovo una chiusura, qualcosa che renda quel groppo di versi un organismo compiuto, qualcosa che lo renda necessario e sufficiente. Ci metto a volte anche dei giorni, per trovarla. In altri casi arriva prima la conclusione del corpo primario.
      In ogni caso "so" per istinto quando la mia scrittura, che sia dopo quattro o cento versi, è arrivata al termine. E solo allora passo ad un'altra. Rarissimamente lascio "incompiute", che di solito elimino, poichè le sento - poverine - monche, disarmoniche.

      Grazie caro, mi dai opportunità di spiegare il mio pensiero.

      (P.S.: La "passeggiata" non è veramente conclusa, probabilmente Sabato pubblicherò una composizione, sempre ambientata in queste terre, in forma di commiato...)

      Mari

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Sarei felice di sentire di voi, i vostri commenti, le vostre sensazioni, le vostre emozioni. Io vi risponderò, se posso, sempre. Sempre con amore.