«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

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«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

domenica 14 aprile 2013

Abbecedario XIX


Amiche carissime, e amici gentili, siamo per così dire al "giro di boa": le ultime "voci" del nostro Abbecedario Poetico (T, U, V, Z), anche se vi riservo qualche piccola sorpresa verso il finale.

Questa composizione è una di quelle che io amo chiamare "raccontini in versi" (che alcuni apprezzano, altri meno, preferendo le mie cosette più "liriche"), anche se questa in particolare è più una "canzone", in qualche modo, una canzone venata di Tristezza, dato che la voce di oggi cade proprio sotto la lettera "T".

La Arielle di cui parlo qui è la madre di una delle mie amiche di Liceo, una splendida donna, francese di nascita e cultura, soprano leggero e - come fu mia madre - raffinata pianista e musicista di grande talento. Di fatto furono amiche fraterne, mia madre e Arielle, fin dai tempi del Conservatorio, dove si conobbero, così come siamo amiche tutt'ora (anche se lei è lontana e la vedo ormai pochissimo, sta in Francia) sua figlia ed io.
Mia mamma, come molte di voi sanno, mi ha lasciata prematuramente, cosa da cui non mi sono mai veramente riavuta.
La sua, Arielle appunto, ha avuto forse un destino peggiore: una forme di Alzheimer precoce si è abbattuto all'improvviso su di lei, ancora giovane, e le ha gradualmente ma rapidamente cancellato la mente.
Fui ospite di questa mia amica, in Francia, per qualche giorno proprio attorno ai giorni del mio compleanno (da cui la data di composizione) ed ebbi modo di parlarne con lei, e di vedere le sue foto, e di andare a visita nell'Istituto dov'è ormai ricoverata da anni.


La "Triestezza" di cui parlo qui, una tristezza infinita, è quella che si prova di fronte al disfacimento di una mente brillante, viva, piena di talento e di voglia di creare; il vedere una donna di una bellezza radiosa, ammiratissima, mutarsi in una specie di inespressivo manichino, oppure di una rabbiosa cavalla impazzita, oppure, a sprazzi, di una confusa persona che si guarda intorno, smarrita, con occhi opachi, anche se ancora stupefacentemente belli.
Nulla si può fare. Solo ricordare l'Arielle che era, e cercare di lenire l'indicibile incomprensibile sofferenza della "cosa" in cui si è mutata, in attesa solo della liberazione finale di quello spirito, forse sotto quelle catene ancora indomito, in grazia della Morte.
Tuttavia non vi rattristate, amiche care, questa è la vita, anche questa. E in questa tristezza c'è incastonato il senso tenerissimo di aver conosciuto un fiore che è rimasto per sempre incontaminato, bellissimo, nella memoria di chi l'ha amata e di chi ha avuto la fortuna di esserne amata.
Abbiamo pianto a lungo, quella sera, la sua figliola ed io, ma poi ci siamo strette, ciascuna nella propria tristezza comprendendo quella dell'altra, e siamo andate a vederci un bel film, e poi ci siamo trattenute a chiacchierare e a parlare di cose futili o importanti fino al mattino, come facevamo quand'eravamo compagne di classe. Con il mio "Francese", che la fa sempre così tanto ridere…

Dedico questa canzone alla memoria di Arielle, alla mia amica Emanuelle, e naturalmente a tutte voi, amiche care, e amici dolcissimi che mi seguite, come sempre, con amore.

M.P.




Abbecedario XIX


T

come Tristesse

Arielle, nome di vento
e di prodigi:

chi è stata, Arielle,
che oggi mi osserva
da dietro i suoi occhi di cielo
ancora come il cielo
tersi e sinceri?

Un ritrattino inanellato
in una spessa cornice d'argento
sul comodino: è ciò che rimane
di ciò che è stata
Arielle da Passy, Francia: la fata.

Il viso nè affilato nè pieno,
acceso dall'indifeso rossore
dei suoi vent'anni splendenti,
il sorriso sulle labbra
colme d'amori innocenti.

Chi è, chi è stata questa Arielle,
morbidamente involta
nella luce grigiata del ritratto.
la mano sua snella d'artista
appoggiata con intenzione al mento?

Che è della grazia,
della gioia agguerrita
del suo incedere ardita
tra le vie maestre del mondo,
da bimba a fanciulla, e poi a donna,

sempre costantemente ammirata
da ogni sguardo, da ogni pensiero,
da ogni amico sincero,
per la sua elegante, compiuta,
fiammante bellezza?

Che è, che è stato
del potere fatato
del suo sguardo senz'ombra
che sapeva piegare a piacere
la più indomita fiera

e il più fiero Cavaliere?
Che è stato per questo mondo
la sua intrepida mente,
la sua intransigente
travolgente libertà di essere sè?

Com'è stata custodita
nell'effimera vibrazione
di una corda nell'aria
la sua ansia di canto
il suo melodiare d'incanto?

Che è più del ricordo
del suo arpeggiare sapiente
a canone inverso
le note del suo genio diletto,
fino a farle scintillare

come una cascata di perle
liberate dal filo
sulla tastiera del suo piccolo
Steinway verticale
voluto e amato per tutta una vita?

Che è, dov'è ora perdio
questo sconfinato mondo
di pensiero, di bellezza,
di passione, desiderio, sapienza,
orgoglio, verità, indomita fierezza?

Oltre il lamentoso portone
di quella casa tra i platani
del viale alberato,
oltre il muto androne,
al pimo piano ammezzato,

Arielle ci osserva,
con gli occhi di sempre,
chiari e vivi come il cielo
delle sue terre,
a settembre.

Ci guardano stupiti
dal fondo di un abisso
se pur color cielo
non per questo meno
sprofondato e scisso.

Non sa chi noi siamo:
la sua figlia diletta,
e io, la di lei amichetta
di un'intera vita,
e ci guarda, e s'aggrotta

d'ostile diniego.
La mente, la sua brillante
infaticabile mente
già da tempo ormai
ha riempito lo zaino

della sua giovinezza
ed è partita, come lei faceva
nei suoi anni verdi,
per un lungo viaggio
senza meta, e, stavolta

senza ritorno…
Lasciando dietro a sè
il corpo vivo ma morto
di ciò che fu la stella
più bella del suo firmamento.

Come una pianta
che piano piano si sfoglia
e piega lentamente
i vigorosi rami
nell'inverno incombente.

Rimangono, fulgidi, chiari
più grandi che mai
nel volto che si chiude,
gli occhi suoi di sempre
due oceani liberi e puri.

Velati da una indicibile,
silenziosa, stupita,
intollerabile, insostenibile,
tenera, dolceamara, immensa
tristezza…


(A Emanuelle, con amore di sorella)

Milano, 25 Luglio 2012
Marianna Piani

8 commenti:

  1. Risposte
    1. Grazie! Mi piacerebbe darti un nome... Ma grazie comunque!

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  2. Bellissima tesoro mio come sempre e come sempre tocchi il cuore e la mente; il mio papà è scivolato piano piano in quello stato è stato difficile accettare che "la mia roccia" quasi non mi riconoscesse più ed è stato difficile vederne il declino ... ho pianto tanto quasi sino a non aver più lacrime ma ... ancora oggi quel lampo di luce che gli percorre lo sguardo accompagnato da un sorriso mi riscalda il cuore ... quel lampo che il mio compagno dice di rivedere nel mio e che un amico francese tanti anni fa definì con un ... quel tristesse ... Besos querida ...

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    1. Mia cara, come sempre, tu hai compreso per intero il messaggio: dalla infinita tristezza della mente che diventa nebbia del mattino e dissolve con essa, allo specchio dello sguardo, quello sguardo indefinibile che nessuna follia, nessuna corruzione può cancellare, finchè c'è vita, finchè la palpebre del sonno non si chiudano come un sipario.
      Il tuo sguardo è di certo bello come un paesaggio, perchè lo sguardo è una finestra aperta sulla persona, e tu sei non una donna, non una persona, ma proprio un paesaggio, verdissimo, azzurrissimo, con un orizzonte infinito.
      Grazie cara dolce amica...
      Grazie di essere qui accanto a me, così fedele, così generosa con i tuoi pensieri, che amo tanto!

      Tua
      Marianna

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  3. L'Alhzaimer è un brutto male, tanti anziani con cui lavoro ne soffrono, e dispiace vedere la mente dissolversi a poco a poco, immagino quanta tristezza provino i loro figli...la tristezza che ho trovato in questi versi, pieni di struggente malinconia!
    Un abbraccio forte

    Tua Laura

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    1. Attraversare quegli sguardi è come entrare in un mondo alieno, misterioso, distante. E non si riesce a non pensare a ciò che questi sguardi furono, poco addietro... Persone di ingegno, di valore, pieni di sogni, di desideri, di preoccupazioni.
      La tristezza è come la gioia: è contrasto. La tristezza assoluta è intollerabile. Per questo la sublimiamo in malinconia.

      Tua
      Marianna

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  4. Quando la mente abbandona il corpo è sempre infinitamente triste. I ricordi ci identificano, ci rendono quello che siamo, per cui vederli scomparire a poco a poco soprattutto per chi vive accanto a queste persone malate capisco non sia semplice.

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    Risposte
    1. Cara Anna,
      Benvenuta qui con me, con noi...
      Grazie di esserci!

      La mente non abbandona il corpo, abbandona la vita, e noi possiamo solo assistere impotenti e sentire gravare su di noi tutto il loro dolore, inesprimibile.

      Con l'umanità di queste persone, però, abbiamo l'opportunità di conoscere la vera essenza dell'umano. Proprio alla soglli dell'ignoto.

      Gazie ancora!

      Un abbraccio
      Marianna

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