«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

martedì 2 aprile 2013

Abbecedario XVII


Amiche care e amici, siamo al diciassettesimo capitolo del nostro piccolo "abbecedario" poetico. Con un leggero ritardo sul consueto, a causa di mei spostamenti in occasione delle festività Pasquali.
La lettera "Erre" è un'altra di quelle tanto ricche di possibili spunti e reminiscenze da lasciarmi veramente soltanto l'imbarazzo della scelta.
Mi sono decisa infine sulla "voce" che più mi suscitava memoria, e ho scelto un tono di scrittura molto narrativo, aneddottico, per stemperare la tensione del ricordo, ritagliando un frammento di vita, anzi, d'infanzia, direttamente dalla mia memoria. Come una di quelle foto d'album, con gli inconfondibili colori Kodacolor, gli aranci e i rossi leggermente dilavati dal tempo trascorso in un cassetto.
È il ricordo di quando andavo, con la mia famiglia, a visita presso una zia che mi amava particolarmente, e con la quale io avevo un feeling speciale. Trascorrevo assieme a lei delle ore, mentre lei mi raccontava i segreti delle piante e dei fiori del suo giardino. Davvero penso che fu da lei che appresi il mio gusto per il colore, e per il rigoglio della natura. Ed ella fu poi la prima morte di una persona a me vicina cui assistetti. Il primo - a quel tempo, ma anche ora - inspiegabile dolore. Il primo, purtroppo, di una lunga serie, ma che per questo non riuscii mai a dimenticare.
Offro ora a voi, amiche care e amici, questo piccolo "raccontino in versi", con amore, come sempre.
M.P.



Abbecedario XVII

R

come "il Roseto".

"Andiamo dalla zia Flora!"

si diceva, in famiglia, e allora
per me bimba, voleva dire pura festa,
voleva dire viaggio,
voleva dire l'abbraccio
di una nonna che stravedeva per me.

Lei non era nonna, a me, era zia,
ma per me era come fosse la nonna
che non avevo mai avuto, di cui mamma
spesso narrava. Abitava una casa sulle colline
sopra Vicenza, appena fuori Monteviale.

Fui io, Per prima, a chiamarla Zia Fiore,
poiché era Iris il suo nome - e mamma
m'aveva spiegato che era un nome di fiore -
e perchè lei come un folletto - era proprio piccina -
abitava perennemente il suo giardino, tra i fiori.

"Fiore" ben presto divenne "Flora"
e quindi per tutti, da allora,
"Andiamo da zia Flora"
fu il detto. E tutti assieme, in tre ore,
Autogrill compreso, eravamo da lei.

Zia Flora abitava dunque il suo giardino fiorito
da mattina a sera, proprio sempre, pareva,
e curava il prato, carezzava le albicocche
perchè fossero felici, impigliava i capelli ormai radi
tra i fitti tralci della vite e le siepi di bosso.

Mi chiamava presto, ogni mattina, per aiutarla
a irrigare le aiuole e l'orto, come un gioco.
Lei stendeva la lunga canna, io rimanevo
dietro l'angolo, sul retro, al rubinetto.
Non la vedevo, ma lei mi guidava a gran voce.

Alla sua voce, dunque, aprivo la mandata,
e dopo poco, il gorgoglio arrivava all'altro capo,
e subito lei mi gridava: "Massaaaa!"(*)
Allora mi affrettavo a chudere - ma un poco - il flusso.
E in risposta subito giungeva grido "Massa pocooo!"(**)

E io, ridendo rialzavo, e riabbassavo, più volte
sempre dietro quella sua voce, con la cantilena
marcata di quei luoghi, finchè trascinata dal gioco
aprivo troppo davvero, e lei allora, da dietro il cantone:
"Varda Marieta, che se vegno là te le dago!"(***)

. . .

Zia Flora, nella sua antica saggezza
mi aveva compresa già allora, nel profondo,
seppure ero appena uno scricciolo cui mancavano
due denti davanti: in ciò che sono, e sempre sarò,
nel mio darmi sempre troppo ed esser troppo poco.

E sapevo che mi adorava, zia Flora, anche se
le innaffiavo il vestito, e quand'era il momento
mi conduceva in silenzio, come una maga nel suo
cerchio segreto, a ciò che lei sopra ogni cosa
adorava: il suo fatato roseto.

Era immenso, ai miei occhi di frugoletto
dagli occhi sgranati, troppo grandi per il viso,
e vi fioriva, in stagione, ogni sorta di rose,
rose rosse, rose bianche come bambagia, e gialle, e dorate,
e vermiglie, vellutate o splendenti, e piccine o immense.

Fu dunque Zia Flora, vedete, ad insegnarmi
le mille varianti e coniugazioni della Bellezza,
fu lei a introdurmi al linguaggio incantato
dei colori, dei toni, delle cromie, e fu lei per prima
a svelarmi tra i petali serrati il cuore indifeso della rosa.

Fu lei quindi a farmi intuire, senza dire, come e quanto
quel cuore delicato, intricato, dorato, segreto,
strettamente raggomitolato dentro un viluppo
di veli di velluto, non fosse che il ritratto
di ciò che ogni donna custodisce nel petto.

. . .

E fu lei la prima creatura, la prima tra le più amate,
che vidi strapparmi dalla vita alla mia vita.
Lei e il suo roseto.
E quando fui nella chiesa, stretta tra mamma e papà
dagli occhi arrossati, non compresi pienamente:

che non era più un gioco, di lei, con sua Marieta.
Ma che da allora e per sempre, non li avrei più rivisti,
nè lei nè il suo roseto. Mai più:
Marianna, lo sai tu ora cosa vuol dire,
"mai più"?


Marianna Piani
Milano, 22 Luglio 2012

(*) "Troppo!"
(**) "Troppo poco!"
(***) "Guarda, Marietta, che se vengo lì, le prendi!"



1 commento:

  1. Zia Flora, sembra di vederla attraverso i tuoi versi, una donna davvero speciale..e anche il suo giardino....bello che ti sia ricordata così di lei...un abbraccio forte amica mia!!!

    Tua
    Laura

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